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Edizione del 11/04/2020
Estratto da pag. 1
Ancora tre settimane di lockdown, gli industriali: «Un misura devastante»
Ma il governatore Bonaccini: «Il governo incarichi i prefetti di chiedere ai governatori cosa si può riaprire prima»
Operaio intento a lavorare (Archivio)

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Altre tre settimane di lockdown per tutta Italia, Emilia-Romagna inclusa. Mentre il premier Giuseppe Conte sta per concludere l’ennesima diretta web, il presidente di Confindustria Emilia-Romagna Pietro Ferrari ha un solo aggettivo per descrivere la scelta di tenere l’Italia in stand-by fino al prossimo 3 maggio: «Devastante». Il governatore Stefano Bonaccini, nella sua veste di presidente della Conferenza delle Regioni, parla invece di una proroga «quanto mai opportuna. Dobbiamo sfruttare questo periodo — aggiunge — per verificare le modalità che ci potranno portare alla riapertura graduale delle attività e dei servizi». Un cauto ottimismo che emerge anche dalle parole del commissario per il coronavirus, Sergio Venturi, che ricorda come l’Emilia-Romagna si stia muovendo «indicando modalità per le quali si potrebbero sperimentare in sicurezza aperture più rapide». Un lavoro avviato lunedì nel Bolognese con la nascita del Tavolo metropolitano per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che tornerà a riunirsi la prossima settimana puntando la lente su una quindicina di filiere prioritarie. «Ovviamente l’agroalimentare, che è rimasto attivo — spiega il vicesindaco metropolitano Fausto Tinti — ma anche le attività che dovranno ripartire con più urgenza, come i cantieri».



Il documento degli industriali del Nord Nemmeno 48 prima dell’annuncio sul prolungamento del lockdown fino al 3 maggio, Confindustria Emilia-Romagna aveva sottoscritto un documento unitario con le associazioni di Lombardia, Piemonte e Veneto per chiedere subito «una roadmap per una riapertura ordinata e in piena sicurezza». Inevitabile che di fronte all’annuncio del premier, la reazione degli imprenditori assuma toni inediti. «Con tutto il rispetto, io di cartolibrerie e librerie non voglio parlare, cadremmo nel ridicolo», sottolinea Ferrari, che accusa il governo di scarsa lungimiranza. «La preoccupazione non è nostra, ma dell’intero Paese. Tenere chiuse le imprese vuol dire non dare lavoro. Mi aspettavo una cauta e programmata apertura, soprattutto nelle zone dell’Emilia-Romagna dove i dipendenti vanno al lavoro in auto. La sensazione — lamenta il presidente regionale di Confindustria — è di essere molto in balia di una gestione “scientifica” della crisi, l’attenzione all’economia di questo Paese sta diventando marginale».

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Le aspettative degli industriali Tutti, racconta Ferrari, si aspettavano una graduale ripartenza entro aprile. «Nessuno pensava che ce l’avremmo fatta per il 15 ovviamente, ma la convinzione era che non si sarebbe andati oltre il 20, o al massimo il 27 aprile». Ma nonostante l’impegno a garantire precauzioni maggiori anche rispetto ai protocolli di sicurezza fissati a marzo, così non sarà. «Perdere altre due settimane è devastante. Non dico per le imprese — conclude Ferrari — ma per tutto il Paese. Il rischio zero per il coronavirus non ci sarà per mesi, se non peggio. Bisogna pensare davvero a qual è il livello di rischio compatibile con la ripresa delle attività economiche».

La posizione della Regione Emilia-Romagna Viale Aldo Moro non esclude anche stavolta di andare oltre le misure di Roma per combattere la diffusione del virus sul territorio regionale. «Abbiamo preso e continueremo a prendere misure restrittive per contenere il coronavirus, in alcuni casi più severe rispetto a quelle nazionali», dice Bonaccini. Convinto però della necessità di fare tutti i passi avanti possibili sulla cosiddetta fase due, confrontandosi presto con gli interlocutori (imprese e sindacati in primis) del Patto per il lavoro. «È giusto evitare di dire “tana libera tutti” e che si possa uscire. Domani (oggi per chi legger, ndr) — dice in serata il governatore — presumo confermeremo le ordinanze più restrittive fino al 3 maggio». Ma al governo, sottolinea Bonaccini, «abbiamo chiesto di inserire una norma nel nuovo decreto che prevede di chiedere ai prefetti di sentire
i presidenti di Regione per vedere cosa si può riaprire, sperimentare in qualche luogo di lavoro qualche riapertura, se tutte le parti sociali sono d’accordo». Tra le richieste delle Regioni c’è anche un vademecum di regole chiare sul distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, oltre all’avvio di una massiccia campagna di screening sierologici. Ma è sul fronte della possibilità di avviare o meno la fase due, con ripartenze «territoriali» mirate, che si gioca la partita più complessa. In Emilia-Romagna, è sicuro il governatore, «siamo nelle condizioni di avviare un confronto con tutte le parti sociali per la definizione di criteri che tengano insieme la salute delle persone e l’attività produttiva e lavorativa in condizioni di massima sicurezza».