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Edizione del 15/09/2022
Estratto da pag. 1
"A noi il ministero dell`Autonomia", la Lega teme il centralismo di FdI
La crisi ha congelato la legge quadro sui poteri rafforzati delle Regioni. Gelmini e Zaia: Il testo è pronto, il prossimo Governo lo metta subito sul tavolo. Lo spettro dello statalismo del partito della Meloni. Lanzo: raggiungere l''
VERSO IL VOTO

"A noi il ministero dell'Autonomia",

la Lega teme il centralismo di FdI



Stefano Rizzi 07:00 Giovedì 15 Settembre 2022

La crisi ha congelato la legge quadro sui poteri rafforzati delle Regioni. Gelmini e Zaia: "Il testo è pronto, il prossimo Governo lo metta subito sul tavolo". Lo spettro dello statalismo del partito della Meloni. Lanzo: "raggiungere l'obiettivo entro il 2024"

L’autonomia regionale rafforzata è ferma, congelata in un’istantanea. La fotografia di fine giugno, dei governatori seduti al tavolo con la ministra Mariastella Gelmini, che avrebbe dovuto raccontare la partenza verso l’ultimo miglio rischia di diventare un’immagine nel libro dei ricordi o, peggio, dei sogni. I volti e le parole che stanno dietro alla foto opportunity sono quelli di chi non mette in conto, né può farlo, la crisi che di lì a poco porterà alle elezioni anticipate, limitando l’esecutivo di Mario Draghi agli affari correnti e, dunque, rinvierà al futuro governo, chissà come chissà quando, il completamento di un iter che già non era stato né rapido, né semplice.

“La legge quadro c’è già, basta che il nuovo governo la porti sul tavolo di Palazzo Chigi per l’approvazione e poi la spedisca in Parlamento per l’approvazione”, ricorda la ministra, nel frattempo passata da Forza Italia ad Azione, ma senza che il suo cambio di campo e l’uscita dalla coalizione di centrodestra abbia sconfessato la linea finora adottata. “Se il governo non fosse caduto quella legge sarebbe stata approvata in Consiglio dei ministri e probabilmente l’iter sarebbe già avanti in Parlamento”, piange sul latte rovesciato da altri l’ex azzurra oggi candidata nel Terzo Polo nella sua Lombardia, regione che ha anch’essa spinto per l’autonomia e alla quale, come a tutte le altre, ora tocca uno stop forzato e dall’ignota durata.

Non più tardi dell’altro ieri Luca Zaia ha marcato il punto da par suo, ribadendo che quello dell’autonomia “è un tema su cui non si transige, chi è contro l’autonomia e non stiamo parlando di una gentile concessione, ma di un dettato costituzionale”. Lo ha detto rivolgendosi chiaramente alla parte più forte, secondo i sondaggi, del centrodestra, a quei Fratelli d’Italia che la Lega vede, non a torto, come un possibile freno alla ripresa dell’iter legislativo. Non è un caso se il governatore veneto ha avvertito chiaramente che “non si fanno scambi con il presidenzialismo”, rispondendo a muso duro al cofondatore di FdI Guido Crosetto il quale aveva sostenuto l’esigenza, prima dell’autonomia, dell’elezione diretta del Capo dello Stato. Una ruvida stoccata di fioretto, quella del “doge”, che toglie un po’ di veli fatti di un misto tra cortesia e ipocrisia tra alleati da una questione che inevitabilmente si porrà dopo l’esito del voto e, non di meno, al momento dell’avvio del probabile governo guidato da Giorgia Meloni.

Lì, in quel futuribile esecutivo “sarebbe bene per l’autonomia e per le Regioni che la attendono che il ministro sia della Lega”, dice e spera Riccardo Lanzo, presidente leghista della commissione speciale sull’autonomia del Consiglio regionale del Piemonte. C’era lui, all’inizio dell’estate, ad accompagnare il governatore Alberto Cirio all’incontro con la ministra Gelmini insieme con i suoi omologhi di Veneto, Lombardia, Toscana e Liguria, oltre a quello del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, ma in veste di presidente della Conferenza delle Regioni. 

“Le differenze culturali” tra il suo partito e quello che si accinge a raddoppiarne i consensi “sono note”, ammette il consigliere regionale che guida l’organismo-totem della Lega fin dall’inizio della legislatura che rischia di concludersi senza vedere neppure una materia assegnata, tra le oltre dieci richieste dal Piemonte. E quelle differenze sono state tutt’al più
un mugugno di sottofondo udibile dai banchi dei Fratelli nell’emiciclo di via Alfieri, per poi passare ad azioni-ritorsioni assai più fastidiose per la Lega. Solo un anticipo di quel che potrà accadere, in conseguenza dei voti guadagnati dalla Meloni e quelli persi per strada da Matteo Salvini, a Torino come a Roma.

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