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Edizione del 03/11/2020
Estratto da pag. 1
Tre colori a seconda del rischio. Sulle regole è tutti contro tutti
Governo e Regioni non riescono a costruire un fronte compatto contro il Covid19. E anche all’interno della maggioranza non c’è un disegno pienamente condiviso. Il premier Giuseppe Conte presenta alle Camere il contenuto, ancora in divenire, del nuovo dpcm in arrivo ma resta vago su alcuni punti cruciali e disegna una strategia che non soltanto viene sostanzialmente respinta dalle Regioni, ma suscita perplessità anche nel Pd.

Giuseppi purtroppo non è Menenio Agrippa e sembra non aver convinto tutti gli «organi» coinvolti nell’azione di contenimento dell’epidemia a sostenere il piano del governo. Divisioni che preoccupano il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ieri ha chiamato Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni e governatore dell’Emilia Romagna e Giovanni Toti, presidente della Liguria. Il presidente della Repubblica ha ribadito «il ruolo decisivo delle Regioni nell’affrontare la pandemia», auspicando «la più stretta collaborazione tra tutte le istituzioni dello Stato».

Il disaccordo nasce rispetto all’impostazione stessa della strategia che vede il nostro Paese diviso in 3 aree nelle quali verranno introdotte misure restrittive differenziate a seconda degli scenari di rischio. E già su questo punto molti governatori dissentono, chiedendo restrizioni omogenee su tutto il territorio. Anche l’alleato di maggioranza teme che una differenziazione di tre aree di rischio finisca per creare il caos. Meglio allora due soli livelli nei quali definire un lockdown «light» e uno più rigido.

Ma come verrà definito il livello di rischio per le 3 aree? Tornano alla ribalta i già noti «indicatori». In tutto si tratta di 21 criteri tra i quali ci sono: il numero dei casi sintomatici, i ricoveri, i casi nelle Rsa, la percentuale di tamponi positivi, il tempo medio tra sintomi e diagnosi, il numero di nuovi focolai, l’occupazione dei posti letto rispetto alla disponibilità. Questi indicatori saranno analizzati nei Report bisettimanali dell’Istituto superiore di sanità e valutati da Comitato tecnico scientifico. Oggi è prevista la riunione che analizzerà i dati ed esprimerà un parere, assegnando un coefficiente di rischio alle varie zone: da arancione a rosso. Di zone verdi, libere dal virus purtroppo non ce ne sono più. I risultati dell’analisi epidemiologica saranno annunciati oggi dal presidente Iss, Silvio Brusaferro. Conte aspetta di avere questi dati in mano per definire i dettagli del nuovo dpcm in modo che l’imposizione di nuovi sacrifici sia sostenuta dal parere degli esperti.

A quel punto toccherà ministero della Salute con un’ordinanza inserire ciascuna Regione in una delle tre aree «con conseguente attivazione automatica delle misure previste» per quel livello di rischio. Uno dei parametri è l’indice di contagio Rt: si entra in allerta quando viene superato il livello di 1,5. Ora sono addirittura 13 le Regioni che nell’ultimo report dell’Iss si trovavano oltre la soglia di sicurezza. Tra queste Calabria (1,66), Emilia Romagna (1,63), Molise (1,86), Provincia di Bolzano (1,96) Puglia (1,65), Umbria (1,67) e Valle d’Aosta (1,89). Poi Piemonte a 2,16, e Lombardia, a 2,09.

E sono proprio queste due le Regioni che rischiano subito di essere protocollare come zone «profondo rosso».

Il meccanismo automatico a zone però che non vede l’accordo delle Regioni. Mentre dalla Lombardia Attilio Fontana invoca il lockdown nazionale, dal Veneto Luca Zaia si dice contrario. E intanto il governatore altoatesino Arno Kompatscher (che una settimana fa premeva per una linea apwerturista) ha già deciso per un lockdown molto duro che scatterà domani sera e resterà in vigore almeno fino al 22 novembre: coprifuoco dalle 20 alle 5; chiusura di bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie; chiusura di negozi al dettaglio a eccezione di farmacie e parafarmacie, tabaccherie. Dalla Campania invece Vincenzo De Luca tuona contro il governo e chiede «misure di prevenzione e contenimento del contagio semplici e di carattere nazionale» e «un piano straordinario di controllo da p
arte delle forze dell’ordine per il rispetto delle ordinanze, che rischiano di diventare inutili». E dato che il virus è diffuso su tutto il territorio ci saranno comunque restrizioni nazionali.

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