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Dir. Resp.
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Edizione del 01/09/2020
Estratto da pag. 1
Perché si dovrebbe votare sì al referendum
Ad un’analisi attenta le argomentazioni principali presentate dal fronte del no al referendum confermativo non sono affatto convincenti
Firenze – Un referendum propone un’alternativa secca, o sì o no: tertium non datur. Per la sua natura, che non ammette sfumature adattabili a questa o all’altra utilità, a questo o all’altro interesse, suscita inevitabilmente due schieramenti opposti. In termini prepolitici: i fautori del cambiamento e i fautori della conservazione.

Un referendum impone pertanto a tutti una domanda primigenia: sono forti le ragioni dell’uno? Sono esse più convincenti delle ragioni dell’altro? Quanto gioca negli uni la paura del cambiamento con gli svantaggi che produce nelle abitudini mentali e negli interessi privati e quanto prevale negli altri l’eccessiva voglia di rompere quelle stesse abitudini mentali e sostituire quegli interessi privati?

E, infine, quanto pesano nella formazione dell’opinione l’avversione nei confronti di chi ha promosso il cambiamento, a prescindere dalla efficacia e dalla razionalità con le quali la proposta si presenta alla platea dell’elettorato?

Ad un’analisi attenta le argomentazioni principali presentate dal fronte del no al referendum confermativo della legge costituzionale che riduce i parlamentari da 945 a 600 (400 deputati da 630, 200 senatori da 315), al netto delle considerazioni di schieramento, non sono affatto convincenti.

Quella che viene ripetuta come la più forte afferma che si tratta di una riforma rozza e destabilizzante che non tiene conto dei tanti aggiustamenti costituzionali, legislativi e parlamentari che richiede: primo fra tutti una nuova legge elettorale con la ridefinizione dei collegi senatoriali per non squilibrare la rappresentanza.

Tutto vero, ma proprio questa necessità obbligherà le Camere a fare un buon lavoro nei due anni e mezzo di legislatura che restano. Si potrebbe addirittura pensare a una legge elettorale condivisa da tutte le forze politiche, che sarebbe una svolta straordinaria di fronte a tutte le riforme fatte ad usum della maggioranza con l’arroganza di chi può chiamarne una “porcellum”. Le premesse ci sono in ogni caso, visto che già ora a pochi giorni dall’apertura delle urne, nella maggioranza si pensa di poter arrivare a un accordo.

Per quanto riguarda poi la riforma dei regolamenti parlamentari non dimentichiamo che negli anni 70 il vero rinnovamento politico fu favorito proprio dalle modifiche regolamentari. Non regge dunque la tesi di chi dice che le Camere non potranno funzionare con meno deputati e senatori. Anzi, si può  prevedere che funzioneranno meglio, dato che le ambizioni e gli improvvisi pentimenti di chi vuole cambiare bandiera avranno minor peso.

Un secondo gruppo di argomenti del fronte del no riguarda la rappresentanza, il rapporto della politica con il territorio. Su questo ha risposto il presidente emerito della Corte Costituzionale Ugo De Siervo in una intervista alla Repubblica: gli strumenti di informazione e di contatto dell’eletto con i cittadini che rappresenta sono diventati tanti, capillari ed efficaci  per cui fa parte del vecchio arsenale politico l’ufficetto del deputato che riceveva chi aveva da lamentarsi o da chiedere.

Si può legittimamente sperare che la riduzione dei posti in parlamento porti a una selezione migliore e più impostata sulla qualità del personale politico che continuerà comunque a essere scelto dal vertice come è sempre avvenuto, con le eccezioni che non si sa mai se sono più a favore dell’elettorato o dell’interessato. I rappresentanti del popolo saranno costretti a lavorare di più e meglio.

Un ultimo gruppo di argomenti riguarda la natura politica delle proposta, che è stata una bandiera del Movimento 5 Stelle. Come si fa ad accettare una proposta di populisti che hanno fatto dell’antipolitica la loro ragion d’essere? Senza dimenticare che l’8 ottobre 2019 la proposta di legge costituzionale è stata approvata da tutti i gruppi della Camera dei Deputati di maggioranza e opposizione (eccetto esponenti del Gruppo misto) –  la riforma non era dunque così repellente come oggi si afferma anche da molti che l’hanno votata – sarebb
e disonesto non ricordare che l’antipolitica prospera quando la politica dimostra di non essere in grado di riformare se stessa.

Il taglio del numero dei parlamentari ha il carattere di una provocazione che dovrebbe spingere a rimettere mano al sistema politico parlamentare dopo il fallimento della riforma Renzi bocciata nel 2016. Fatalmente si è trovata inserita nel gioco degli accordi e dei compromessi per governi gialloverdi e giallorossi. Votando sì per convenienza, salvo poi ripensarci quando i rapporti di forza hanno cominciato a cambiare.

Ma tant’è. Ha ragione l’onesto Stefano Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna a ricordare che sono 30 anni che il centrosinistra propone di ridurre il numero dei parlamentari: “L’antipolitica – ha detto – cresce quando la politica promette per anni cose che non mantiene”.

Allora siano coerenti  tutti coloro che si battono per dare l’avvio a un vero processo di riforme, proprio partendo da questo piccolo passo che il Parlamento ha deciso con eccezionale consenso e che, a differenza degli innumerevoli  comitati, commissioni, saggi ed esperti  che si sono visti in questi anni, pone un compito stringente ai nostri rappresentanti finora impegnati solo a convertire decreti governativi: non ci sono più alibi, è arrivato il momento di trovare un assetto nuovo per rendere più efficiente il processo legislativo, nel senso di dare una risposta in tempi accettabili ai problemi che sorgono costantemente in una società democratica avanzata.